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Paolo Farinosi ci racconta le sue emozioni durante l'incontro con i reduci italiani del I Raggruppamento Motorizzato Italiano che combatterono a Monte Lungo nel dicembre del 1943.
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D ifficile rimanere indifferenti a certe date, ognuno ne ha molte scolpite nel cuore per ragioni diverse. Alcune belle, altre meno. Quando si avvicina l’8 Dicembre, e la mente si prepara al suo anniversario, non posso non pensare ai sempre meno a cui questo giorno ricorda qualcosa, ed ai tanti che non ci sono più. Cose della vita, certo, ma anche per queste cose la vita ha un senso. E se una catena di eventi accidentali ti ha legato ad un fatto che un senso lo ha. con il suo svolgersi e i suoi risvolti, anche per quegli Italiani che ne ignorano ancora l’esistenza, ti capita allora di sentirti doppiamente coinvolto nell’emozione dei ricordi, nell’affiancare gli ultimi testimoni di quei fatti, nell’impegno di non far scomparire le loro tracce solcate nel dolore fisico e morale, poveri ragazzi destinati a diventare dei simboli per un paese che ne aveva tanto bisogno.Solo dal basso dell’umile truppa di linea poteva arrivare un esempio così grande: dopo il tradimento dei vertici militari con il loro quasi totale eclissamento nel dopo 8 Settembre, non sembrava possibile che si potesse aver ancora fiducia in un’ istituzione così declassata, a degli ufficiali così lontani dalle loro truppe. L’aver trovato dei reparti che in quei momenti hanno tenuto i ranghi ed hanno saputo (diciamolo pure crudamente) farsi mandare al macello in modo tanto dignitoso, ha giovato a tutti, all’Italia tutta, anche a coloro che tanta responsabilità avevano del suo sfascio. Ma questi non sono giorni adatti alle polemiche, sono giorni dedicati al raccoglimento, al ricordo doveroso e riconoscente, all’omaggio del sacrificio che iniziò da Montelungo e finì quindici mesi dopo tanto più a Nord. I luoghi e gli orari dei raduni sono vecchi di anni, oramai familiari anche per chi vive a centinaia di chilometri per il resto dell’anno, gli androni degli alberghi, le sale del solito ristorante, anche se i tavoli occupati oramai sono tre o quattro, povera cosa a confronto dell’allegra e rumorosa congrega che hai ancora negli occhi e che riempiva quasi tutta la capiente sala solo una decina d’anni fa. Cose della vita, certo. Chi non ha più un padre da portare ne adotta uno, qualcuno anche più d’uno, non importa se bisogna allungare qualche centinaio di chilometri. L’imperativo morale ci impone di far di tutto perché, chi ancora se la sente, abbia il passaggio sicuro per l’incontro annuale. Il pomeriggio del 7 c’è la solita cerimonia al Comune di Mignano con la consegna dei premi indetti dall’Associazione del LI° a favore degli alunni più meritevoli, una piccola borsa di studio che si spera dia slancio alle virtù in erba di questi giovani Italiani, un legame con la cittadinanza che si è rafforzato nel tempo. La cena, e soprattutto il dopo cena, portano informazioni, racconti, aneddoti che non ci lasciamo sfuggire, arrivano in rinforzo Roberto e Luigi, gente di casa oramai nel Cinquantumesimo, con cui si discute di cose di guerra fino a tarda ora. Poi la stanchezza vince, si va tutti a nanna, domani sarà faticosa, ma per noi “giovani” Roberto ha ancora un fuori programma, tutti in macchina sua. Siamo a Cassino, no? Allora via al Cimitero del Commonwealth, non lontano. Può sembrare un’idea lugubre, ma al contrario è un’esperienza intensa ed emozionante, per chi come noi rispetta il sacrificio dei soldati. L’ospite mi fa scegliere una croce, e per tramite del soldato J.H. Kell, diciannove anni, arrivano a tutti i caduti di Cassino i nostri pensieri. La sempre più scarna cerimonia al Sacrario Militare ci fa reagire in modi alterni, tristezza, rabbia e vergogna che tanto patrimonio di Valori sia così mal riposto, lo Stato Italiano ha deciso di non mandare più neanche il solito spaesato sottosegretario a leggere il discorso di circostanza, neanche una corona, niente di niente. I militari, dal canto loro, non brillano certo in psicologia e forse sentono lontana questa ricorrenza, sempre più indifferenti al suo significato. Per me l’emozione più grande è sempre arrivata dall’Inno del Piave, durante l’Onore ai Caduti, la tromba con il silenzio fuori ordinanza ed in parallelo i rintocchi della Campana della Pace, scanditi dall’inossidabile segretario dell’Associazione, Bedina. In tutto due o tre minuti che per me condensano bene il significato della nostra presenza e riducono il resto a mera scenografia di contorno. Quest’anno però vale la pena di ricordarlo anche per il fuori programma di Leone Orioli che, adocchiato un Colonnello Tedesco, unico straniero nel folto dei militari, ha dato ad un’ora e mezza di fredda cerimonia trenta secondi di calda umanità, che se fossero stati ufficializzati dallo speaker sarebbero stati condivisi da tutti i partecipanti, e non solo dai pochi presenti lì intorno. Peccato, un’occasione persa. Ma il gesto di pace e fratellanza fra l’anziano ex combattente ed il soldato tedesco, l’abbraccio commosso di due ex nemici oggi fratelli in pace, rimane una delle scene più belle che io ricordi durante una cerimonia militare. Pranzo sociale, ancora un po’ di tempo per le impressioni a caldo, per qualche convenevolo, per qualche proposito da realizzare, quindi gli auguri per le feste vicine, ed in cuore di ognuno la speranza di incontrarsi di nuovo. Alcuni ripartono, ma per altri la giornata e le emozioni non son finite. Portiamo al War Memorial Orioli, De Carlo e Gasparotto, dove buoni amici fanno da ospiti premurosi ed illustrano le tante cose da vedere. Infine, di fronte alla più giovane creatura del Museo, la Vetrina degli Italiani, Orioli riconsegna il suo cappello piumato, ripreso il giorno prima per la ricorrenza, mentre Gasparotto dona il suo Fez ed io la bustina che fu di mio Padre nelle mani di Roberto Avallone, che ne sarà da oggi il custode. Inutile negare che un filo di emozione mi ha solleticato gli occhi, ed un pensiero mi è passato, forse solo una sciocca fantasia da persona emotiva quale sono, però mi piace pensare che sia andata così come l’ho immaginata: quando la mano scarna, vissuta ma ancora decisa di Leone ha teso insieme alla mia il cimelio verso Roberto, ed ho incrociato gli occhi lucidi del grande Leone, ho sentito che non eravamo soli, in quel momento mio Padre era lì e mi stava guardando con un sorriso appena accennato sotto i baffetti grigi ben curati, che sul suo volto solitamente serio e severo voleva significare approvazione, come a dire
“è giusto che tu abbia fatto così. Non privi la famiglia di un ricordo, bensì lo condividete con l’umanità che verrà a vederlo e che contribuirà a donare, insieme agli altri centinaia presenti nel museo, riflessioni, emozioni e commozione in chi saprà farsi coinvolgere dalla loro triste poesia”.
L’ho cercato un attimo con lo sguardo, un riflesso istintivo quando ti senti osservato, ma non c’era il suo volto fra quello dei cari amici presenti in quel momento, solo una strana sensazione mi ha afferrato ed ho avuto una incrollabile certezza dentro di me: ma certo che c’è! C’è Lui ma ci sono anche gli Altri!, quelli giovanetti portati via dalla morte a Montelungo e quelli caduti nei mesi seguenti risalendo l’Italia, ma anche Quelli scomparsi negli anni a seguire che li hanno raggiunti in ordine sparso, il Cinquantunesimo A.U.C. Bersaglieri con i ranghi oramai quasi ricostituiti al completo in quell’isola in cielo dove si ritrovano gli amici veri, fratelli nel sangue. Erano lì tutti in quel momento, tre di Loro vivi che celebravano con un gesto d’amore fraterno i centinaia che non ci sono più ma che vivranno fintanto che esisteranno Orioli, De Carlo, Gasparotto ed i pochi altri, ma dopo di Loro finchè vivremo noi che li portiamo dentro, finché ci sarà gente come Roberto Avallone, Roberto Molle e Luigi Grimaldi che li hanno fatti diventare parte di loro, fintanto che ci sarà qualcuno con la voglia di raccontare la loro storia ed altri capaci di commuoversi al sentirla narrare. |
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